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FONDAZIONE

 

 

29 settembre 2007

Chiesa di Santa Croce, Treviso

  Professor FRANCIS CONTESSOTTO presenta Anna Maria Feder

incontrata nel libro

 

IL VENTO E LA ROCCIA

ANNA MARIA FEDER PIAZZA

un'educatrice "ribelle"

 di Giandomenico Mazzocato

Sono nella fase di dover recuperare il fiato per parlare in questa sala estremamente prestigiosa e di parlare di Anna, io che non l’ho conosciuta personalmente, a quanti l’hanno conosciuta personalmente; mi sento una forte responsabilità in questo confronto.

Per onestà nei vostri confronti vi dico che stiamo facendo un’operazione antievangelica: nel Vangelo si dice che nelle nozze di Cana viene servito il vino buono alla fine e prima i convitati avevano bevuto un vino scadente; temo che dovrete accontentarvi del vino meno buono alla fine, ma almeno apprezzate lo sforzo.

Dunque io non sono pedagogista, e non sono un amico di Anna (non l’ho conosciuta personalmente) e questo è il limite del mio intervento; però può diventare anche la chiave di lettura del mio intervento, non per presunzione, ma perché un pedagogista potrebbe cadere nella tentazione di chiedersi: “è stata un’insegnante che ha ottenuto dei risultati; quale metodologia ha applicato?” Mentre io sento l’esigenza di capire, di fronte alla figura di Anna, di capire qual è la differenza tra chi fa la professione di insegnante e chi è educatore. Perché ci troviamo di fronte a una figura che prima di insegnante, prima di scout è stata un’educatrice.

Il fatto poi di non averla conosciuta direttamente mi vaccina, mi immunizza dal pericolo di fare il quadretto agiografico, che è quello che la Fondazione non vuole, per cui sono più portato ad essere obiettivo, anche se di fronte alle pagine che ha letto GianDomenico, le pagine del libro, è difficile non farsi coinvolgere direttamente, anche emotivamente, pur senza voler fare della retorica.

S. Tommaso (sfodero tutta la mia cultura), S. Tommaso parlava dei praeambula fidei come delle condizioni che non sono ancora la fede, ma che permettono poi lo sviluppo della fede. Ecco io, parafrasando S. Tommaso, mi sono chiesto di fronte alla figura di Anna Maria quali sono i praeambula educationis (perché è stata una grande educatrice prima di essere insegnante prima di essere scout), cioè quali sono le caratteristiche che portano una persona a dirsi educatrice e quale cammino deve percorrere per arrivare a questo. Per cui ho superato la tentazione di illustrare il capitolo del libro che parla dell’educazione, per fare una lettura trasversale soprattutto delle pagine del carnet, una lettura trasversale per capire quale dinamica c’è sotto.

Io ho steso una specie di decalogo che non sto qui ad elencare completamente per ragioni di tempo e per non abusare della vostra pazienza; cerco di indicare alla vostra attenzione gli aspetti che sento più significativi:

Il primo, di cui ha ampiamente ha parlato GianDomenico, è il lavoro continuo su di sé. Il carnet è una testimonianza impressionante di energia e di lavoro per modellare la propria persona, per raggiungere una maturità che è una maturità straordinaria. Pensare che certe pagine sono state scritte a 16 anni, 17 anni, 18 anni e che racchiudono una saggezza, una maturità e una conoscenza di sé straordinarie, ha dell’incredibile. Diceva prima GianDomenico che Anna Maria è una grande scrittrice, una scrittrice fine; verissimo. E’ anche una che sa indagare con impetuosità qualche volta dentro le proprie debolezze, le proprie fatiche; perché se è vero che alcuni hanno apprezzato di Anna il senso dell’umorismo, il saperci fare, il saper sdrammatizzare le situazioni, è vero anche che questo non è assolutamente scontato, non è solo una dote naturale, ma derivava da un continuo e difficile lavoro sulle proprie difficoltà.

A me pare che la sintesi di Anna educatrice, e prima di tutto di Anna persona, sia nella descrizione gustosissima che ne fa Checco. Una volta avevano avuto un contrasto e si sono scambiati delle lettere e Lui alla fine dice: accetto, ti accetto per quello che sei, accetto le tue «dubbiose certezze»: è un ossimoro, che è una contraddizione in termini. Le «dubbiose certezze»: per conto mio è proprio questa la chiave di lettura della personalità di Anna educatrice. Perché ha le certezze su cui fonda la propria vita e tutta la sua azione, ma sono certezze non fondate e ribadite una volta per sempre ma sulle quali confronta se stessa, confronta il proprio pensiero e confronta la realtà che si trova di fronte. Per cui non ha delle soluzioni educative precostituite, ma le … inventa sul momento perché si fa sempre cogliere dal dubbio; il dubbio come valore positivo, non nel senso negativo di non avere punti di riferimento, di dover buttare all’aria tutto, di non dare niente per vero; il dubbio che è il punto di domanda, cioè “di fronte a questo che cosa posso fare? Qual è il mio compito?”

Dunque le certezze. Di certezze ne aveva tante e ne emergono tantissime nel suo carnet e sono fondamentali.

Prima di tutte il senso della dignità della persona che vuol dire:

-         accoglienza (per esempio mai si è permessa nella “stanzetta” di non accogliere qualcuno perché era diverso in qualcosa);

-         la sospensione di giudizio, cioè ti accetto per quello che sei e accetto quello che dici, che non vuol dire relativismo, vuol dire accettare che l’altro la possa pensare diversamente da me;

-         il non fermarsi alle apparenze; è bellissima quella pagina in cui parla della persona come di un’arancia: possiamo avere un’arancia bellissima, con una bella scorza e dopo magari trovare che è tutta scorza e senza sugo, oppure un’arancia brutta e ammaccata ma che è piena di gusto;

-         il fidarsi delle persone: fidarsi delle persone perché tutte comunque hanno una ricchezza.

L’altra certezza è il credere che il bene vince il male, per cui è inutile perdersi in piagnistei, perché comunque se noi operiamo bene il bene vince sul male. Ma questo non è una bacchetta magica che fa che le cose vadano bene per conto loro: bisogna lavorare, agire anche con fatica, anche con sacrificio, anche andando incontro a delusioni.

Poi c’è la certezza del valore della responsabilità, la responsabilità degli altri, la responsabilità nostra.

Ma quello che mi pare una certezza grandissima per un educatore è il senso del servizio non visto come peso ma – come Lei lo definisce – un «dono meraviglioso», anche se più di qualche volta ha motivo di lamentarsi della propria stanchezza e dell’impressione di non farcela.

E poi quella ribellione che viene messa in risalto nel sottotitolo del libro e che potrebbe essere ambigua, perché “ribelle” dà l’idea di uno che non accetta le regole, di uno che vuol fare di testa sua. Invece la sua è la ribellione che nasce dal grandissimo senso di libertà. Una libertà a volte difficile; per esempio prima GianDomenico parlava della libertà anche nei confronti della struttura della Chiesa che a volte le pesava. Libertà che vuol dire buttare fuori tutta se stessa e uscire da se stessa; per esempio lei di famiglia borghese qualche volta parla della contraddizione che sente dentro di sé dell’essere borghese e non volerlo essere.

Dunque ho detto dell’ossimoro «dubbiose certezze». L’altro aspetto del suo essere educatrice (sto sempre parlando dei praeambula educationis) è l’amore senza misura, l’amore veramente “senza misura” che la portava a spendersi fino all’ultima briciola di energia in quello che faceva: nei campi scout, ma mi riferisco anche a tutte le attività. L’amore la portava ad inventare modalità nuove e quindi a tirar fuori tutta la sua creatività; un amore che a volte la gratificava e a volte la lasciava molto delusa, ma in quello che faceva buttava tutta se stessa fino alla rabbia, fino all’abbattimento di fronte all’insuccesso. Però l’insuccesso lo viveva fino in fondo, lo consumava nel suo carnet e da lì poi ripartiva per una nuova giornata con nuove piste di azione.

Altro aspetto della sua personalità è l’umorismo maturato addirittura nei momenti più difficili del dolore e della malattia, alla vigilia della morte addirittura, che l’ha portata ad un eroismo quotidiano, a scherzare sulla propria sofferenza per non farla pesare agli altri. In questo periodo da quando mi è stato affidato l’incarico di parlare stasera, mi sono preso la briga di cercare di conoscerla di più e di sentire anche qualcuno che è stato suo amico, suo conoscente. Essi hanno opinioni diverse: chi sottolinea l’aspetto di cui ha parlato GianDomenico, che è l’aspetto vero della sua personalità, quello di un percorso interiore molto laborioso, e chi, invece, ha colto l’Anna gioviale, piacevole. Sono livelli di amicizia diversi: ad un primo approccio si può cogliere in Anna questa giovialità, questo senso dell’amicizia e dell’umorismo che era una costruzione intelligente per non far pesare sugli altri i pesi che dovevano essere suoi.

E poi, un ultimo aspetto (non li elenco tutti perché non vorrei farne un trattato e peccherei di presunzione): il legame con Dio, con la Parola di Dio e con la preghiera. Non voglio cadere in un equivoco e non voglio dire che può essere un bravo educatore solo chi è cristiano; dico però che comunque un educatore ha bisogno di ancorare in alto la propria azione, di dare un senso più alto della quotidianità, altrimenti cade nel mestiere di educatore. Lei l’ha trovato nel suo modo di vivere il cristianesimo: nel senso evangelico della vita e nella sfida lanciata dal Concilio.

Lei l’ha vissuta come una sfida veramente forte, un cambio della propria vita. Mi pare sia proprio don Firmino a dirlo, a parlare della dedizione nell’assaporare la preghiera e la Parola e questo le ha dato la possibilità di innalzarsi di fronte alle difficoltà educative e poi di fronte alla malattia.

Allora, se queste sono le caratteristiche di Anna come educatrice, faccio una scorsa veloce per vedere quali possano essere stati i segni lasciati da lei nella sua azione educatrice che è, come ho già detto, un’educazione trasversale. Non mi soffermo ad analizzare da scout ha fatto così, da catechista ha fatto così, da insegnante ha fatto così, nella “stanzetta” ha fatto così, perché lei viveva l’educazione come una vocazione, come il senso della propria vita. Metteva l’educazione in tutto quello che faceva nei rapporti con tutte le persone.

-         Allora prima grande intuizione, che è stata un’anticipazione di alcune riflessioni pedagogiche che sono venute dopo: l’importanza dell’ambente educativo. L’educazione non è fatta di parole, non è fatta di insegnamenti, ma è fatta di una rete di relazioni. Tanti sono riconoscenti ad AnnaMaria perché in lei riconoscevano un calore, una figura che non trovavano nella propria famiglia. Lei, nella “stanzetta” o nella casa di Strada dei Biscari, ha creato la famiglia per chi anche famiglia non aveva. E’ importantissimo dare dei punti di riferimento, creare luoghi, degli spazi: fisici come la stanzetta, spazi psicologici, anche spazi di tempo (perché non tutti hanno bisogno degli stessi tempi). Per esempio la stanzetta era una casa aperta praticamente sempre e chi aveva necessità ci andava:

-         questo era un modo per accettare le sfide educative. Anna ci insegna a guardare la realtà con realismo. Sto pensando al lavoro nel mondo della scuola che da qualche tempo, soprattutto per chi ci lavora da molti anni, si fa prendere da quella che scherzosamente chiamo “sindrome di Aristogitone”. Quand’ero ragazzo c’era un personaggio radiofonico, il professor Aristogitone che era esasperato da 40 anni di scuola per cui trattava gli alunni con la modalità da lui descritta “guardo uno, prendo uno e lo sbatto fuori”; la sua più grande soddisfazione (sbattere qualcuno fuori della porta) è un modo di non voler guardare la realtà dei ragazzi, cioè un modo di rapportarsi con i ragazzi con un’idea preconcetta, precostituita dell’allievo modello. Lei invece guardava le persone per la loro realtà, per quello che erano. E non vuol dire che rinunciasse alla propria idea, che rinunciasse ai propri valori, ma semplicemente accoglieva gli altri per quello che erano. Raccogliere le sfide vuol dire anche raccogliere il testimone di progetti lasciati sospesi o incompiuti; per esempio l’idea della “stanzetta” nasce da un’idea di don Ugo De Lucchi che però è stata da lei rielaborata e trasformata in maniera diversa e personale: per esempio ha messo insieme maschi e femmine, per esempio ha dilatato gli orari.

-         L’altra intuizione educativa che ha lasciato come un’eredità è quella di educare le varie dimensioni secondo le esigenze personali. L’educazione non passa solo attraverso la mente, ma attraverso l’esperienza (e qui penso a come sia stata formata dall’essere scout: lo scout impara attraverso l’esperienza), ma mi riferisco anche al fatto, per esempio, che nella stanzetta si ascoltava musica, c’era un pianoforte da suonare, si leggeva, si parlava, si studiava filosofia, scienze, si studiava un po’ di tutto secondo le esigenze di ciascuno; erano, oggi diremmo, i “percorsi individualizzati”.

-         L’altro aspetto è quello della valorizzazione del positivo. A scuola di fronte a temi sgrammaticati lei, insegnante di lettere, sapeva cogliere l’aspetto positivo, l’intuizione, la creatività e li leggeva in classe perché erano bei temi. Ripeto come grammatica, come sintassi erano da bocciare, però lei li valorizzava anche in pubblico. Perché credeva in un’altra cosa, il “contagio positivo”, il valore del gruppo, fare in modo che i ragazzi si sentissero parte indispensabile di un gruppo che doveva procedere per cui tutti si sentivano responsabili, tutti si sentivano importanti.

-         Certo che per fare questo bisogna essere dei bravi registi educativi e il suo segreto era quello di porre sempre obiettivi alti. Non c’era mai un traguardo raggiunto, bisognava sempre raggiungere un ulteriore traguardo, perché l’educazione è un cammino di crescita.

-         Ma l’aspetto che per conto mio è straordinario, e con questo quasi concludo, è l’idea che lei si era fatta della figura dell’educatore. Per descrivere le caratteristiche dell’educatore lei elenca alcuni aggettivi che io vi snocciolo come sono scritti nel carnet. L’educatore deve essere: coerente, preparato, responsabile, leale, umile, dedito alla causa.

Lei lo scrive in due pagine diverse del carnet, ma io mi sono permesso di raggruppare tutte insieme le caratteristiche. L’educatore quindi non è quello che è folgorato sulla via di Damasco e dice “oggi vado a scuola e sono bravo, ho tanto da donare”. La preparazione della lezione deve essere una preparazione puntigliosa. L’educatore deve andare in classe se è insegnante, deve andare nel gruppo se è un educatore di gruppo, sapendo quello che deve fare perché si è preparato minuziosamente,  sapendo che è esposto in … vetrina; in questo ha una grandissima responsabilità, perché se i ragazzi colgono l’incoerenza dell’educatore come persona, abbiamo rovinato tutto. E’ necessario un continuo lavoro su di sé per essere persona credibile nei confronti dei ragazzi.

-         L’ultima sua caratteristica: il valore della parola che pretendeva da sé e pretendeva dai ragazzi. Per esempio li faceva tanto leggere e tanto scrivere perché attraverso la lettura si impara e attraverso la scrittura si impara a conoscere se stessi e a manifestare il proprio pensiero. La lettura e la scrittura sono forme che educano alla libertà e Lei è ricordata perché (così riferisce GianDomenico nel libro) molto spesso quando parlava affascinava con la sua parola, una parola evocatrice, sintetica, chiara; ma questo non è dono di natura, perché la parola è chiara se c’è chiarezza di pensiero, se c’è lavoro interiore per avere il pensiero chiaro.

E allora, detto questo, mi avvio veramente alla conclusione.

Io penso che, senza retorica però, si possa mettere AnnaMaria sulla scia dei grandi educatori. Io questo ho colto e ringrazio la Fondazione di avermi dato questa opportunità di conoscere una tale figura.

Anch’io concluderò facendo parlare AnnaMaria e sono parole che mi richiamano a parole di altri grandi educatori, penso, io che lavoro in un Istituto Canossiano, a S. Maddalena di Canossa o a S. Giovanni Bosco o ad altri grandi che sono stati pionieri nell’educazione.

Sono soprattutto due gli aspetti che la rendono grande:

-         il primo, l’accettare e l’appropriarsi delle sfide del tempo, non vivere le sfide come limite, come sconfitte, come disturbo, ma come opportunità per migliorare. E nel suo cammino di educatrice ci sono state due grandi sfide: la prima il Concilio che ha portato il valore della Parola (e ne ha già parlato GianDomenico). La seconda, in termini più strettamente scolastici, la riforma scolastica, la riforma della scuola media che ha spostato l’attenzione dalla cultura trasmessa alla centralità della persona, dalla trasmissione frontale del sapere al metodo attivo; e Lei si è riconosciuta in questo e si è buttata a capofitto, tant’è vero che si divertiva o cercava di trovare nuove metodologie, nuovi modi di presentare la lezione o le attività;

-         il secondo aspetto è quello dell’amore. So che qui è facile fare retorica; io intendo amore nel senso di farsi carico dei problemi degli altri, perché - mi permetto di fare una citazione evangelica - Gesù Cristo dice «i poveri ci saranno sempre tra voi». L’educatore non può scaricare su altri il proprio compito perché lo stato, le istituzioni e anche la famiglia lasceranno sempre dei vuoti educativi e ci deve essere qualcuno che si fa carico di questo. E il farsi carico vuol dire dar fondo a tutta la propria personalità e alla propria creatività. In AnnaMaria l’amore si colorava di una tinta particolare: la fiducia nei giovani.

A me pare che queste poche righe che vi leggerò sintetizzino proprio questi aspetti. Lei dice: «Nessuno sente la tragedia di questi poveri ragazzi. (…) La famiglia li veste e li nutre, la scuola li imbottisce e li standardizza, i cosiddetti educatori tentano di incasellarli e soffocarli, lo stato se ne lava le mani e invece bisogna amarli i ragazzi, senza stupidi preconcetti, bisogna credere in loro. (…) Sono la vita della nazione, sono la fede in un mondo migliore.»

 

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